La storia di Camilla

Salta! E mentre cadi, lascia che ti spuntino le ali…

Quasi 7 milioni, secondo i dati ISTAT, le donne che nel corso della propria vita hanno subito una qualche forma di abuso. Nel 2018 la media è di una vittima ogni 60 ore, 46 donne dall’inizio dell’anno. Freddi dati statistici già letti o sentiti in un articolo di qualche quotidiano o in un TG, che meritano di essere ribaditi, perché dietro questi numeri ci sono storie di vita vera, di sogni, spesso infranti, di coraggio, di speranze, di lotte, ma anche, di vittorie e rinascita.

Come Martina, Sofia, Angelica, Maria, Tiziana — nomi di fantasia che useremo per tutelare la loro privacy — che sono solo alcune delle tante donne che si sono rivolte al Centro Antiviolenza Aurora dell’ Associazione Spazio Donna Onlus di Piedimonte Matese e che hanno iniziato la propria battaglia per uscire da quel circolo vizioso che sotto le mentite spoglie di “amore turbolento” rivela, invece, violenza, vessazioni, oppressioni e discriminazioni.

Quando è arrivata da noi, insieme alla sua bambina, Camilla aveva 35 anni. Era spaventata, afflitta, stanca. Non capiva bene come fosse riuscita a scappare e se, quella che aveva preso, fosse la decisione giusta.

Il suo compagno, durante i 10 anni della loro relazione, l’aveva psicologicamente prosciugata, privata di una propria identità in cui riconoscersi. Vittima della prepotenza maschile che aveva il volto di padre della loro creatura, delle percosse e delle minacce, dopo l’ennesimo episodio di violenza, Camilla sente il forte impulso di proteggere la figlia, di rifugiarsi. Ad accoglierla trova occhi e braccia di altre donne, le operatrici, che sanno bene accarezzarne il dolore, coscienti di appartenere ad un genere che le vuole subalterne, costrette in una gabbia di stereotipi che ne censura autenticità e libertà.

Il percorso di rinascita di Camilla non è stato semplice. Al contrario di quanto si possa comunemente pensare, i meccanismi che un rapporto violento innesca non sono facili da decostruire: senso di colpa — anche rispetto ad una paternità negata —, paura di non farcela, pregiudizio sociale, ricatto economico, isolamento.

Ma non solo. Il ciclo della violenza, la tela del ragno, ci mostra, nella prassi, com’è semplice ricadere nella relazione coercitiva.

Ed eccone una fase, quella che più ne sottolinea l’insidia e la perversione: la luna di miele. L’uomo, sentendosi impotente e realizzando la possibilità di perdere l’oggetto del suo possesso, chiede perdono, promette di modificare il proprio comportamento e di fare tutto il possibile per cambiare affinché la donna non lo lasci; si dimostra attento, dolce, premuroso. Anche nei confronti dei figli. La donna ritrova l’uomo di cui si è innamorata, crede che l’amore possa sistemare le cose. Si sente speranzosa, si dice che non accadranno più episodi del genere ed accetta le scuse riaccogliendo il partner.

Non vogliamo indorare la pillola e raccontarvi che uscire dalla violenza è semplice e indolore. Molte donne decidono, durante il loro percorso, di ritornare a casa. E così decise Camilla. Decise di riabbracciare il padre di sua figlia, convinta che lui fosse cambiato e che finalmente potessero godersi una felice storia d’amore a lieto fine.

Ma così non fu. Così non è mai, almeno con queste premesse. Tutto crollò nuovamente. Le cose non andarono così come da promessa e come lei avrebbe sperato. Al contrario, la rabbia di lui diventò incontrollabile. Ma stavolta Camilla sapeva. Sapeva che della sua vita poteva esserne protagonista. Camilla, ora, comprendeva e riconosceva la violenza. Aveva un’arma in più: la consapevolezza.

Nei mesi passati in Casa Rifugio Aurora, attraverso l’attivazione di un progetto personalizzato che pone al centro i desideri e i bisogni della donna e che ha come obbiettivo la riconquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte (quello che nel linguaggio tecnico chiamiamo empowerment e autodeterminazione), Camilla comincia a rialzarsi con la forza di un vulcano.

La casa rifugio, come luogo di accoglienza, utilizza una metodologia unica, esclusiva: la relazione tra donne. Questa implica un rimando positivo del proprio sesso/genere. Una relazione che richiede, altresì, riconoscimento di competenze e di professionalità femminile. Ogni donna riconosce l’altra, i loro vissuti si legano indissolubilmente. Progressivamente si perde quel senso di solitudine conquistando un senso di appartenenza. Il percorso di fuoriuscita viene in qualche modo “negoziato” in un continuo processo di reciprocità, senza giudizio.

Ma la violenza di genere si combatte anche garantendo risposte concrete alle donne, offrendo loro opportunità di riscatto economico e sociale. La Rete sociale e istituzionale gioca un ruolo fondamentale. Anzi crediamo che proprio qui si giochi la partita più importante.

Camilla è riuscita a rialzarsi. Piedimonte e i suoi cittadini l’hanno accolta e supportata. Camilla, spezzando il silenzio, è uscita dall’isolamento. Camilla oggi ha un lavoro dignitoso che raggiunge a piedi dopo aver accompagnato la piccola a scuola. Camilla oggi paga un fitto. Lei e sua figlia hanno ricominciato in una casa tutta loro!

Questa è una storia di riscatto, di autodeterminazione, di libertà dalla violenza. I TG hanno deciso di raccontare la debolezza e la vulnerabilità delle donne. Noi vogliamo raccontare di Camilla, Laura, Martina, Giulia, Mena…

Per le tante, troppe, vittime di femminicidio, per ricordarle e tenerle in vita unite alla nostra lotta, abbiamo voluto raccontare di chi, invece, è riuscita a cambiare il finale.

Associazione Spazio Donna Onlus
Centro Antiviolenza “Aurora”
via Don Bosco, 1 c/o complesso dei Salesiani
Tel: 0823/354126 – 320/8734937

Redazione

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